AMÁRU_o sulla nostalgia

Idea, Coreografia e regia: Adriano Popolo Rubbio

Danza e collaborazione: Fabiola Donati, Francesco Alex Petta

Costumi: Adriano Popolo Rubbio

Con il sostegno di Fortezza Est e Fondazione Yana Cini

Progetto vincitore di “Pillole-tuttoin12minuti 2025”

Sinossi:

Amáru è uno spettacolo che attraversa la nostalgia non come semplice rimpianto del

passato, ma come forza attiva, sensibile e ambigua, un movimento che spinge il corpo a

guardarsi indietro per poter continuare ad avanzare. La nostalgia diventa qui una tensione,

un attrito tra ciò che è stato e ciò che non può più tornare, tra il desiderio di permanenza e

l’inevitabile trasformazione.

In scena, il corpo è archivio e ferita, luogo in cui i ricordi si depositano senza mai fissarsi

definitivamente. Gesti ripetuti, posture interrotte, slanci trattenuti evocano frammenti di un

tempo perduto: l’infanzia, gli affetti, le identità attraversate e abbandonate. Nulla viene

ricostruito fedelmente; tutto riemerge come eco, come immagine sfocata, come sensazione

che insiste.

Amáru lavora su una nostalgia fisica, quasi tattile, che attraversa muscoli, respiro e pelle. Il

movimento oscilla tra abbandono e resistenza, tra dolcezza e attrito, rivelando come il

ricordo possa essere allo stesso tempo rifugio e prigione. La scena si fa spazio sospeso,

non più passato e non ancora presente, in cui il corpo tenta di riconoscersi mentre continua

a mutare.

La nostalgia, in Amáru, non è consolatoria. È una condizione instabile, a volte violenta, che

interroga il rapporto con l’origine, con il desiderio di appartenenza e con la perdita. È il

bisogno di tornare e, insieme, la consapevolezza che ogni ritorno è impossibile. In questo

scarto nasce la danza: un atto di esposizione, di ascolto, di fragile resistenza.

Lo spettacolo invita lo spettatore a confrontarsi con la propria memoria emotiva, a

riconoscere quella zona intima in cui il tempo non è lineare ma stratificato, e dove il passato

continua a influenzare il presente. Amáru diventa così un rito laico, un attraversamento

sensibile della nostalgia come motore dell’identità e come spazio di continua riscrittura.

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